Eventi speciali

11 Luglio 2024 – Omelia del Padre Abate nella Solennità di S. Benedetto
Oggi la Chiesa di Dio, in Europa, ricorda e fa memoria di un uomo dalla vita venerabile, Benedetto di nome e per grazia. La Liturgia che celebriamo in questo giorno vuole estendere a tutta l’Europa la protezione di san Benedetto, come insigne maestro e patrono,  che attraverso la sua Regola dona una scuola del servizio divino capace ancora oggi di portare, nello spazio pubblico, un altissimo dibattito fatto di studio, di riflessioni e preghiera sul rapporto tra religione e politica, sul significato della laicità e della presenza dei principi cristiani.
In tutta Europa sono sorte innumerevoli abbazie, luoghi di preghiera, di cultura, di promozione umana e ospitalità, e per mezzo dell’intercessione di san Benedetto Abate e patrono d’Europa, noi imploriamo di “nulla anteporre all’amore di Gesù Cristo”.
Con il cuore colmo di gratitudine e riconoscenza, noi ringraziamo san Paolo VI che nel 1964 proclamò patrono d’Europa il nostro santo Padre Benedetto. E proprio Paolo VI, che fin da giovane ha avuto il segreto desiderio di farsi monaco benedettino, ha portato un magistero, durante il suo pontificato, carico di ricerca di Dio. Infatti, il suo insegnamento ha investito il Cristianesimo di una responsabilità “universale”: quella di rivolgersi a un popolo che va oltre e al di là del popolo dei credenti. San Paolo VI, lasciandosi ispirare dai primi monaci di san Benedetto in Europa, ci parla della responsabilità di vivere e insegnare a chi ha fede, ma anche ai non credenti che la storia millenaria del Cristianesimo è parte imprescindibile delle fondamenta culturali della nostra civiltà.
L’Europa di cui faccio parte per via dei miei antenati, non nasce dal nulla anzi come dimostra questo grande “noi”, di cui la mia storia è composta, comprende la Polonia, la Russia e l’Irlanda e queste irrimediabili distanze si trovano miracolosamente unite dalla figura di Gesù Cristo. E Gesù Cristo, al quale san Benedetto “nulla antepone”, è il miracolo che ancora oggi insegna chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.
La Regola di san Benedetto, con il suo messaggio di “nulla anteporre all’amore di Cristo”, ci raggiunge ancora oggi come parola che interpella la qualità del nostro pensare, del nostro agire, del nostro amare e che, nella sua radicalità evangelica traccia anche per noi la via per una sempre rinnovata fedeltà verso l’uomo e verso il suo Creatore. Come a san Paolo VI, la Regola benedettina rivolge anche a noi il suo appello, però, più che della conoscenza del passato apre al desiderio della comprensione del presente e nel dibattito della piazza pubblica l’impegno dell’Ora et Labora deve trasmettere a tutta l’Europa questo messaggio: il valore erga homnes del Cristianesimo, nel mondo contemporaneo, è qualcosa con cui non si può evitare di fare i conti. 
San Benedetto con la sua Regola di vita dona a noi la possibilità di superare gli attuali conflitti che purtroppo sono più vicini di quello che possiamo immaginare. Attraverso il suo insegnamento possiamo aprire una visione del valore della tradizione benedettina, infatti la tradizione viva e lungimirante della Regola benedettina è un invito a infuturarsi, per mezzo di Gesù Cristo, in un Dio sempre nuovo. E da questo cammino di fede costruiamo ponti di dialogo tra “noi e loro”.
San Benedetto Abate e patrono d’Europa offre all’Europa un’idea di comunità che nasce dalla responsabilità  dell’uno verso l’altro e, per grazia, l’incontro,  il dialogo, l’accoglienza reciproca che richiedono grande impegno dell’uno verso l’altro, aprono alla interrelazione che ci permetterà di dire “noi”.
A questo proposito, 
ci sono due affermazioni illuminanti nel Nuovo Testamento:
Non abbiate alcun debito verso nessuno,
se non quello dell’amore reciproco” (Rm 13,8).

E “Non c’è amore più grande c
he dare la propria vita a quelli che si amano” (Gv 15,13).
La storia di tanti uomini e donne che si sono messi a cercare Dio seguendo la Regola di vita scritta e vissuta dal grande Abate e patrono d’Europa san Benedetto ci insegna che le vittorie spirituali dipendono non dalla preparazione e dalle forze materiali ma dalla capacità di accogliere e fare proprie le potenze spirituali. Lo Stato è semplicemente un abito che riveste il corpo del suo popolo. Questo abito confezionato sul momento può essere nuovo, lussuoso e costoso ma esso non sarà di alcuna utilità se coprirà un corpo estenuato e distrutto da malattie morali e fisiche. La politica, per non diventare semplicemente un affare, deve diventare una scuola spirituale che insegna come trovare, vivere e condividere la grande umanità. Il Monachesimo benedettino deve rivestirsi del suo compito profetico e gridare a tutta l’Europa che il male, la miseria, la rovina vengono dall’anima. La nuova questione sociale che sembra essere a cuore in tutti i dibattiti religiosi e laici di questo tempo deve ricordare che l’anima è il punto cardinale su cui occorre operare nel momento presente.
Nel 1313, in una zona appartata presso Siena di proprietà della famiglia dei Tolomei, Accona, trovò inizio una piccola “comunità di fratelli” che più tardi diventerà la Congregazione di Santa Maria di Monte Oliveto, gli Olivetani, e se l’Europa, pur restando ricca di diversità umane, vuole vivere in modo autentico, credibile e creativo, forse converrebbe farsi ispirare dalla Regola di vita di san Benedetto e avere come proprio desiderio, seguire l’insegnamento dei Padri Olivetani: 
Ordiniamo 
che la carità

della vita comune
sia custodita

con tutte le forze,
e che di giorno in giorno
essa si rafforzi nei fratelli
”.

30 Giugno 2024 – Professione temporanea di D. Emanuele M. Bonali
Il monaco è l’uomo liturgico per eccellenza. 
Dalle prime ore del Mattutino fino alle ultime ore della Compieta
e il grande silenzio dell’intera notte,
tutta la sua vita si trasforma in preghiera.
Proprio come ci insegna la Regola di San Benedetto,
il monaco è chiamato ad , “elevatio animae ad Deum”,
“elevare la sua anima a Dio”.
Dai suoi primissimi anni, Emanuele si è trovato immerso nella vita liturgica della Chiesa con il Battesimo, con la Confessione, poi con la santa Eucarestia e la santa Cresima. 
È proprio attraversando i misteri di Cristo che si sveglia nel cuore di Emanuele il desiderio di conoscere, amare e servire il nostro Signore Gesù accogliendo il suo invito a seguirlo in modo radicale e singolare con la vocazione monastica.
La formazione monastica trova il suo perché e il suo come all’interno della vita liturgica della Chiesa. 
Tutta l’ascesi mistica del monaco dona al suo cuore quella sensibilità e quel desiderio di rivolgersi tutto a Cristo e perciò verso la vita e la preghiera della Chiesa.
Infatti, ogni mattina, la comunità dei monaci si rivolge al Signore e con un’unica voce canta:
«O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in nostro aiuto».
Il monaco, come ogni cristiano, è rivolto verso il Signore.
È Cristo il centro della sua vita.
“Solo Dio”, è l’invito che la santa Regola fa al monaco: lasciare “tutto per il Tutto”. 
Così egli entra in un processo di semplificazione che la Chiesa riconosce nelle promesse di povertà, castità e obbedienza, affinché la sua vita si esprima in spirito e verità: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).
Il monaco, come ogni cristiano, sa che vivere significa “vivere Cristo” e sa che questo necessita di un quotidiano rinnovamento nell’avere Cristo al centro della vita. 
Con la santa Messa e la santa Eucarestia, il Signore è sempre con noi e il monaco contempla il mistero della Croce imparando la scienza della Croce che insegna come trasformare ogni forma di violenza, anche la più insignificante, in un’occasione di perdono e di fraterna carità.
Ogni candidato che bussa alla porta del monastero, per quanto belle siano le sue intenzioni, arriva sempre con qualche valigia colma di mondo e di tendenze narcisistiche che cercano di mettersi al posto di Dio. 
La fragilità umana, frutto del peccato delle origini e di varie disavventure accumulate nel tempo, tende a pesare e a resistere alla conversione del cuore.
Imitare Cristo sarà, per tutta la vita, la grande opera che il monaco è chiamato a realizzare con le grazie ricevute dalla sua vocazione.
È questa unione del monaco con Dio che fa della sua vita una vita bella, giusta, vera e tutto alla gloria di Dio, come si canta nel Gloria: «…Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo Gesù Cristo...». 
Rivolti verso il Signore, i monaci imparano - come insegna Sant’Agostino - «Cantare amantis est», «A cantare perché sono innamorati» e possono continuare a cantare per tutta la loro vita dicendo: «Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam», «Non a noi, Signore, non a noi, ma al Tuo nome dà gloria»(Sal 114).
Il monaco come “homo liturgicus” è l’uomo, che per mezzo dei misteri di Cristo, sperimenta e apprezza la conoscenza e la vita di pienezza, lasciandosi abbracciare dalla sapienza. 
Il monaco sa di essere in debito verso la sacra Liturgia che lo sta formando ed educando per elevarlo alla statura di Cristo.
Tutta la sua vita monastica è vissuta come un processo di integrazione della ragione, della cultura e della vita con la fede.
Questa graduale trasformazione gli permette di sperare e di gioire in quel giorno quando Cristo sarà “tutto in Tutto”.
Ecco, il suo “sentire cum Ecclesia”, “sentire con la Chiesa” che fa del monachesimo un dono di speranza e di grande carità per il popolo di Dio.
Carissimo Dom Emanuele, da un anno e mezzo sei in questo monastero e fin dal primo giorno hai abbracciato la Regola di San Benedetto: Ora et Labora. 
Ti sei inserito timidamente nella comunità, ma hai saputo crescere nella conoscenza della Parola di Dio e nell’amore alla preghiera.
Inoltre ti abbiamo visto attivo e operoso in tante attività all’interno di questo Santuario.
Posso dire che si nota la tua discrezione e il tuo silenzio ma la tua presenza è sempre solerte e accompagnata anche da un tratto gentile.
Caro Dom Emanuele, oggi è un giorno importante, un giorno di gioia per te, per la tua famiglia e per tutti noi. 
Ti auguriamo dal cuore, un buon cammino monastico e la grazia del Signore sia sempre con te.
26 Maggio 2024 – S. Messa di propiziazione degli Operatori agricoli
Il Padre Abate a così concluso la celebrazione:
Carissimi la fede cristiana tutta ci rivela e ci insegna che in Dio la creazione non si esaurisce in un atto iniziale di generosa liberalità ma si consuma in un prospettiva soteriologica ovvero di salvezza. 
La risurrezione di Cristo come abbiamo visto in questo tempo di Pasqua è una seconda creazione nella quale si manifesta l'atto di amore rigenerativo senza pari, come ci ricorda S. Paolo Cristo è al centro della creazione.
"Tutto è stato fatto in Lui, 
per Lui e in vista di Lui"
(Col 1,15-17).
L'incontro avvenuto con Maria di Magdala dopo la risurrezione ci parla di un giardino, di un orto, di un campo coltivato e Maria Maddalena incontrando Gesù Cristo incontra il giardiniere, il coltivatore della nuova creazione. 
Il Gesù Cristo Risorto, il Dio giardiniere ci insegna che l'essere umano creatura di Dio, non è un semplice consumatore ne despota e neanche amministratore del mondo, bensì è chiamato ad essere ospite attento scientificamente e moralmente responsabile e riconoscente della convivialità che nasce dalla condivisione dei frutti e delle ricchezze del suo lavoro.
01 Maggio 2024 – Omelia di S. E. Mons. Pierantonio Pavanello
PELLEGRINAGGIO DIOCESANO 
per l'Apertura del mese mariano
Nella storia della Chiesa è costante in tempo di guerra l'invito dei Pastori al popolo cristiano ad affidare alla Vergine Maria la preghiera per la pace. 
Anche noi siamo convenuti qui nella casa di Maria all'inizio del mese di maggio, il mese mariano per eccellenza, per iniziare un tempo speciale di preghiera per ottenere il dono della pace in Ucraina, nella Palestina e in tutte quelle parti del mondo sconvolte da conflitti sanguinosi.
Le preghiere e le letture della messa «Maria Regina della Pace» 
che stiamo celebrando ci spiegano il legame profondo tra la Vergine Maria e il dono della pace.
È un legame che si fonda sulla cooperazione della Vergine alla riconciliazione, cioè alla «pace», tra Dio e gli uomini ristabilita da Cristo:
- nel mistero dell'incarnazione l'umile serva del Signore «accogliendo l'annunzio dell'angelo Gabriele, concepì nel grembo verginale Gesù Cristo nostro Signore (...) principe della pace» (Prefazio; cfr Vangelo Lc 1,26-38), il quale ci ridonò questo bene riconciliando «in sé la terra e il cielo» (Antifona alla Comunione); 

- nel mistero della passione: «Madre piena di fede stette intrepida presso la croce dove il Figlio, per la nostra salvezza, pacificò nel suo sangue il cielo e la terra» (Prefazio);

- nel mistero della Pentecoste: la Vergine, «discepola» della pace, rimanendo in preghiera con gli Apostoli, attende «lo Spirito di unità e di pace, di gioia e di amore» (cfr. Prefazio).
Comprendiamo dunque che in un tempo di guerra come quello che stiamo vivendo abbiamo bisogno di ricorrere a Lei, la Madre che ci conduce a Gesù il Principe della Pace. 
Come scrisse Papa Francesco nell'atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria il 25 marzo del 2022, atto che anche noi abbiamo fatto in questo santuario: «Nella miseria del peccato, nelle nostre fatiche e fragilità, nel mistero d'iniquità del male e della guerra, tu, Madre santa, ci ricordi che Dio non ci abbandona, ma continua a guardarci con amore, desideroso di perdonarci e rialzarci.
È Lui che ci ha donato te e ha posto nel tuo Cuore immacolato un rifugio per la Chiesa e per l'umanità.
Per bontà divina sei con noi e anche nei tornanti più angusti della storia ci conduci con tenerezza».
La preghiera per la pace è un dono grande che come credenti possiamo offrire a tutti i nostri fratelli: la preghiera ci permette di tenere il nostro sguardo fisso sul disegno di salvezza di Dio che vuole riconciliare gli uomini con sé e tra di loro. 
Chi prega non si lascia vincere dall'abitudine alla guerra, chi prega tiene viva la speranza non solo di un cessate il fuoco ma anche di una pace giusta, fondata sul rispetto e sulla riconciliazione.
Non stanchiamoci allora di pregare per la pace e di invitare anche i nostri fratelli e sorelle a pregare: riuniamoci a pregare nelle nostre famiglie, nelle contrade presso le immagini mariane e anche nelle nostre chiese.
Affidiamo a Maria le nostre suppliche perché il Figlio suo, che è morto sulla croce per riconciliare l'umanità, tocchi il cuore di tutti gli uomini, in particolare di coloro che reggono le sorti dei popoli. 
Con la parole di papa Francesco anche noi diciamo a Maria:
«Tu sai come sciogliere i grovigli del nostro cuore e i nodi del nostro tempo.
A Cana di Galilea hai affrettato l'ora dell'intervento di Gesù dicendogli:

"Non hanno vino" (Gv 2,3).
Ripetilo ancora a Dio, o Madre,
perché oggi abbiamo esaurito il vino della speranza,
si è dileguata la gioia, si è annacquata la fraternità.
Abbiamo smarrito l'umanità, abbiamo sciupato la pace.
Siamo diventati capaci di ogni violenza e distruzione.
Abbiamo urgente bisogno del tuo intervento materno.
Accogli dunque, o Madre, questa nostra supplica.
Tu, stella del mare, non lasciarci naufragare nella tempesta della guerra.
Tu, arca della nuova alleanza, ispira progetti e vie di riconciliazione.
Tu, "terra del Cielo", riporta la concordia di Dio nel mondo.
Estingui l'odio, placa la vendetta, insegnaci il perdono.
Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare.
Regina del Rosario, ridesta in noi il bisogno di pregare e di amare.
Regina della famiglia umana, mostra ai popoli la via della fraternità.
Regina della pace, ottieni al mondo la pace
».
09 Marzo 2024 – Solennità di S. FRANCESCA ROMANA
Solennità di S. FRANCESCA ROMANA
Santa Francesca, religiosa, che, sposata in giovane età e vissuta per quarant’anni nel matrimonio, 
fu moglie e madre di specchiata virtù, ammirevole per pietà, umiltà e pazienza.
In tempi di difficoltà, distribuì i suoi beni ai poveri, servì i malati e, alla morte del marito,
si ritirò tra le oblate che ella stessa aveva riunito a Roma sotto la regola di san Benedetto.
(Martirologio Romano)
Carissimo Padre Abate, carissimi fratelli, 
il Signore sorprende sempre e in questo sorprenderci, la gioia e lo stupore sono grandissimi.
Essendo in Quaresima, cerchiamo di curare e di osservare l'impegno importante di fare delle rinunce, nel cibo in particolare oltre che verso altre inclinazioni.
Ed ecco invece, che dall'Alto, del tutto inaspettato, arriva l'invito per un pranzo insieme, un tempo di convivialità, di condivisione fraterna che, tra l'altro cade proprio alla Vigilia della Domenica della Gioia - LAETARE.
Di questo, Francesca ed io (Benedetta), ringraziamo commosse e ringraziamo in modo vivissimo il Padre Abate Dom Christofer, il Padre Priore Dom Luca, Padre Roberto e la comunità tutta.
Questo evento è una graditissima sorpresa e dona tanta felicità.
Ma il pensiero più affettuoso e il grazie immenso vanno alla Santa nostra
Patrona, Santa Francesca Romana, di cui Daniela ha ricevuto il nome.

È grazie a questa Santa che siamo Oblate ed è grazie a Lei che siamo qui riuniti.

Conosciamo la sua vita, molto molto diversa dalla nostra in tutti gli aspetti, purtroppo per noi, ma l'amore per la Santa Regola del Padre Benedetto, l'amore per il fondatore San Bernardo Tolomei e l'amore e l'ammirazione profonda per tutto quanto ha fatto nella sua vita Santa Francesca Romana sono impressi nel nostro cuore.
Padre Abate e Fratelli tutti, avere questi momenti insieme è motivo di ricarica, di pienezza e di proficua vicinanza spirituale e concreta. 
Anche oggi, come altre importanti occasioni che abbiamo vissuto in questo refettorio, dopo essere stati in preghiera in Basilica, sono indelebili nel profondo del nostro cuore.
Dal Signore, dalla Santa Vergine e da Santa Francesca Romana giungano tanta forza per continuare il nostro cammino di Oblate, e ogni bene a voi, secondo i vostri desideri, carissimi fratelli monaci.
Le Oblate