GETSEMANI “Un amore umano di dimensioni divine”

Ormai tutto è quasi pronto e Dio non lo è”. 
Le preparazioni per la Passione del Nostro Signore Gesù Cristo sono ormai in pieno svolgimento. La Croce, simbolo della morte crudele che dovrà subire il Figlio di Dio; i rami di ulivo accatastati e pronti per il grande ingresso nella Settimana Santa, il vestiario liturgico controllato e rassettato, i libri sacri sistemati in ordine; insomma si stanno riorganizzando e rivisitando tutti gli aspetti logistici e pratici per ricordare quel momento cruciale di fronte al quale Gesù, Dio fatto uomo, trema, arretra e chiede di esserne dispensato. Ma noi stiamo ammirando la bellezza di questa primavera imminente, per quello che è il grande evento che inizia proprio nell’Orto degli Ulivi. Gesù Cristo nella sua agonia, “terribile amarezza” e “tristezza fino alla morte” è accompagnato da canti di suppliche e lamenti e noi possiamo sentire l’eco di quei terribili lamenti e della domanda
«Usquequo Domine, fino a quando Signore?».
In quest’ora decisiva, in cui si gioca il destino del mondo, 
ormai tutti i preparativi celesti, terrestri, storici e mistici sono terminati: tutto è in servizio attivo.
Charles Péguy, poeta e scrittore (1873-1914), 
meditando questo evento scrisse:
«L’albero della Croce, pazienza vegetale, ha preparato la durezza del suo legno. Una spina nera, una spina purpurea, forse un semplice rovo è spuntato in qualche macchia in mezzo al terreno brullo della Giudea. In qualche palude del Giordano la canna ha fatto crescere il fusto che doveva flagellare la faccia di Dio».
“Tutto è pronto e Dio non lo è
”.

Il Getsemani, che in aramaico significa frantoio, è un piccolo oliveto poco fuori dalla città vecchia di Gerusalemme sul Monte detto degli Ulivi,  dove Gesù Cristo, secondo i Vangeli, si ritirò dopo l’Ultima Cena prima di essere tradito da Giuda e arrestato (Mt 26,36-46 , Mc 14,33-42 , Lc 22, 40-46).
Come abbiamo già ascoltato nel Vangelo secondo Giovanni (8,1) nel Lunedì della Quinta Settimana di Quaresima, il Monte degli Ulivi, nel podere chiamato Getsemani, diventa il luogo “della verità”. Qui, ascoltiamo l’episodio dell’adultera, perdonata da Gesù, che rivela l’atteggiamento di Dio misericordioso che non è venuto per condannare ma per perdonare e con infinita misericordia e bontà divina desidera la nostra salvezza. Infatti è il luogo, come dice San Luca (Lc 22,39), dove Gesù solitamente andava per pregare, e anche San Giovanni precisa che Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli.
È luogo di orazione, di preghiera e comunione da dove nasce il perdono dell’adultera nella sinagoga,  ma anche dove Gesù trascorre quella memorabile notte di amarezza che si trasformerà in totale abbandono alla volontà di Dio per affrontare, di persona, la Passione e la Morte, momenti culminanti del suo darsi all’opera della Redenzione. E così, l’Orto degli Ulivi diventa il luogo dove si rivela il Dio della misericordia
Gesù Cristo, unigenito del Padre, il Salvatore, il Dio con noi, terminata la lunga conversazione con i suoi discepoli durante l'ultima cena, si alzò, e, dopo aver cantato l’inno di ringraziamento uscì dal Cenacolo con i discepoli per entrare nella notte ormai avanzata e terribilmente oscurata dal suo discepolo Giuda che lo tradirà. 
L’agonia nel Getsemani si trasforma nella notte più lunga dell’umanità dove Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'Uomo, farà la domanda che accompagnerà tutte le notti dei figli di Dio «Usquequo Domine?», «Trema tutta la mia anima. Ma tu, Signore, fino a quando?», è la domanda che sicuramente Gesù ha gridato e innalzato a Dio Padre in questa situazione di tristezza e di angoscia, di paura e di solitudine quando in preda al tormento, inginocchiatosi pregava per non entrare in tentazione. 
Nel Vangelo di Luca (22,41) Gesù è abbandonato in ginocchio, e in Matteo (26,39) Gesù è prostrato con la faccia a terra.
Contempliamo la postura fisica di Gesù che esprime il profondo senso di adorazione e di lode; Gesù, in ginocchio davanti al Padre, esprime con la sua agonia e la sua tristezza “quell’amore senza perché che ama sino alla fine”. 
Il Signore, in convinta umiltà, prostrandosi a terra dona a noi una profonda  lezione a riguardo di questa virtù assolutamente necessaria poiché la preghiera dell’umile penetra le nubi (cfr. Sir 35,17).
San Benedetto, ha descritto con grande cura la virtù dell’umiltà nel  capitolo VII della sua Regola, dividendola in dodici punti che egli chiama i dodici punti dell’umiltà. Chiunque li segue, sfuggirà a tutti gli inganni dell’amor proprio, a tutte le insidie del maligno e arriverà certamente alla gloria eterna: infatti, non c'è verità che sia affermata con più energia dalla Sacra Scrittura e dalla spiritualità monastica e cristiana. Sant’Agostino nei suoi discorsi scrive: «Se adesso voi mi domandaste qual’è, secondo me, la virtù più importante di tutta la religione cristiana, io risponderei che è l’umiltà; e ogni volta che voi mi rivolgerete questa stessa domanda, io darò sempre la stessa risposta».   
«Usquequo Domine?» Il monaco è chiamato a porre questa domanda almeno sette volte alla settimana, durante l’Ufficio Divino, e dopo poco tempo questa diventerà una domanda costante, poiché il monaco non  segue la sua volontà ma la volontà del Padre. La preghiera di Gesù nel Getsemani è il modello da cui  il monaco impara a non anteporre nulla all’amore per Gesù Cristo. L’ora del Getsemani diventa l’ora del monaco perché qui, luogo della verità, il monaco ascolta e risponde con amorosa fedeltà, in imitazione a Cristo: «Sia fatta la tua volontà».
Per il monaco i Salmi costituiscono la preghiera di base. Certamente la preghiera personale fa uso di altre forme di devozione e di pietà popolare ma, ad imitazione di Cristo, il monaco, se vuole essere fedele, dovrà conoscere e amare il suo Salterio perché è lì dove apprende come diventare un altro Cristo. I Salmi, che recita insieme con i suoi fratelli monaci, insegnano ad avere gli stessi sentimenti e pensieri di Gesù Cristo. E San Benedetto, nella sua Regola, insisterà che il monaco non mette nulla davanti all’Opera di Dio.
Meditando sull’agonia di Gesù, il monaco per mezzo del suo Salterio e insieme con Gesù Cristo innalza una voce di pianto, di sofferenza ma anche di gioia e ringraziamento a Dio Padre. È perseverando nel Getsemani che la sua preghiera si trasforma in voce della Chiesa, affronta le avversità e le trasforma in un’autentica Liturgia di ringraziamento per tutte le prove, le sofferenze ma anche per le vittorie che il Dio della misericordia dona a coloro che sono tenaci nel tempo della prova.
Come insegna il quarto Vangelo “l’ora” è per eccellenza la “Croce e la Gloria Pasquale”. Ma tutto ha inizio nell’ora del Getsemani con il figlio di Dio in orazione, dove «il chicco di grano caduto in terra” (Gv 12,24) incomincerà, con il sì di Cristo, il processo di Passione, Morte e Risurrezione». Qui, troviamo un segno chiaro a riguardo della “filiazione con il Padre”. Il monaco, come Cristo durante l’Opus Dei, potrà gemere e piangere prostrandosi a terra riconoscendo il proprio nulla e così far salire al Signore un unico grido orante: «Pater mi, Abba, Pater ... fiat, Abba, Padre! Tutto è possibile a Te, ... però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi Tu».
«Pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22,40). Il monaco, come ogni cristiano, sa “che lo spirito è pronto ma la carne è debole”. Nell’Orto degli Ulivi prendiamo coscienza di una fragilità comune tra noi e Cristo Dio fatto uomo e come il Figlio di Dio anche noi siamo chiamati a vegliare e a pregare perché la nostra carne è sollecitata da ogni tentazione e solo la vigilanza e la preghiera costante donano conoscenza, chiarezza, forza e amore per poter affrontare i momenti decisivi.  
Fallimento, malattia, isolamento, frustrazione, tutto concorre ad una partecipazione attiva dell’esperienza di “quell’immenso nulla” che il Cristo prende su di sé nel Getsemani per berlo fino all’ultima goccia e trasformarlo in vittoria pasquale.
Il monaco, come ogni cristiano che si lascia illuminare dalla terribile luce della Croce, non potrà rimanere insensibile all’immenso chiarore glorioso della Risurrezione. Vivendo con occhi spalancati, con cuore vigilante, lasciandosi trasformare dalla preghiera e da Cristo risorto, il monaco e ogni cristiano non rimangono più aggrappati alle spine del Calvario e con la forza dell’Amore, che dona vita per tutta l’eternità, sanno, per fede, che dal sepolcro verrà ribaltata la pietra, strappate le catene e potranno udire la voce di Cristo risorto che dirà «Vieni fuori!». E così si parteciperà alla verità cristiana più radicale e sconcertante: la Risurrezione dei morti.

«La Chiesa di Cristo, che è Suo corpo (Ef 1,23) 
deve seguire la sorte di Gesù Cristo che ne è il capo (Ef 1,22),
deve cioè seguirlo nella morte, e come per Lui,
la morte essere crocifissa nel mondo.
Deve anch’essa morire nella storia
per risuscitare poi come il suo Signore
ed entrare con Lui nella gloria del Padre»
(Sergio Quinzio).

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