Immagina di trovarti ad un ricevimento piuttosto vivace, con musica, conversazioni varie, e una persona ti si avvicina per fare una domanda. È una domanda importante, di quelle domande che riguardano la vita, il futuro e anche il giorno dopo l'ultimo giorno. Sono domande che richiedono un ascolto profondo e attento.
La confusione e il rumore costringono a cercare la massima concentrazione, infatti, ti trovi a dover stringere gli occhi e a tendere l'orecchio verso chi ti sta parlando, quasi un isolarsi in mezzo alla gente. E poi si decide di appartarsi e trovare una stanza dove si può sedere nella quiete, donando più generosità all'ascolto. E se per caso sei vestito con l'abito monastico o in clergyman ci sarà sempre qualche curioso che pensa e pure chiede: «Ma cosa avranno da dirsi?».
La vita monastica, con il suo silenzio, non si oppone al dialogo, ma alla chiacchiera vuota. Succede, tante volte, alle feste, dove tutti parlano di tutto per non significare niente, dove tutto diventa esteriorità e superficialità. Oggi il mondo vive fuori casa, non solo materialmente nella giornata di lavoro, ma nella sostanza del nostro “essere fuori di noi” e continuamente distratti, “schizzati” come dicono i giovani. Il monaco, invece, è invitato ad entrare in quelle profondità di Dio, nei silenzi di Dio per ascoltare la Parola che salva e diventare così testimone della Parola. Il silenzio, con il suo distacco fecondo, si trasforma in luogo privilegiato, un luogo di attesa e di incontri.
I monaci sono viandanti nel silenzio. Un'immagine che mi viene alla mente è quella di Maria, Madre di Gesù; la sorella di Maria, Maria Madre di Clèopa, Maria di Magdala e Giovanni evangelista, intorno alla Croce (Gv, 19,25-27). Qui, Maria di Clèopa, Maria di Magdala e Giovanni, ricevono in dono la Madre di Dio e il perdono. E da questo momento carico di estrema e terribile bellezza, sento in me il canto dei monaci dello Stabat Mater. Un silenzio, che si fa luogo dell'anima rovesciando e trasformando, secondo la tradizione evangelica, la tragedia in un’opera di pura grazia dove l’ultima parola è l’Amore.
Il monaco è l'uomo che sa appartarsi, perdere tempo coscientemente per ascoltare “le ultime domande”, cercando umilmente le risposte, scoprendole attraverso quell'attenzione pura e la preghiera che sono donate dalla carità paziente che sa accogliere e affrontare le tante penultime domande che precedono il domani ancora.
La vita monastica si caratterizza per un “distacco fecondo”. Il “distacco” comporta una rinuncia, prendere distanze dal mondo, “lasciare tutto per seguire Gesù”. Ma seguire Gesù non significa un nuovo attaccamento, anzi è un’adesione alla fede che realizza un rapporto “io-tu” che è immerso nella libertà. È un gesto di fiducioso abbandono alla volontà di Dio che si realizza e si manifesta facendo parte di una determinata comunità di fratelli che accettano di amare e di obbedire, aprendo il loro cuore, al loro Signore Gesù Cristo che si offre ospite nel loro animo. Il monaco chiama questo “lasciare tutto” “conversione e rovesciamento”.
Riferito a Gesù Cristo, nel Vangelo di Marco (3,20-21), i suoi parenti dicevano: «È fuori di sé». I monaci meditando la sua vita, alla luce del mistero della Croce, sperimentano l'apertura del proprio cuore alla “Scientia Crucis” che porta alla verità di quell’Ordo Amoris che è: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1).
In ogni momento della sua vita Gesù «È fuori di sé». In tutti gli episodi dei Vangeli non è mai ripiegato e chiuso in sé stesso, neanche nel Giardino del Getsemani dove sta rispondendo anche Lui alle ultime domande, ma è sempre proiettato verso gli altri perché è chiamato a compiere la sua missione di “Uomo per gli altri”. Quante volte Gesù si mette a disposizione di chi lo cerca! Tutto il mistero della sua vita è la manifestazione dell'Amore totale, l'Amore senza perché, a costo di dover rinunciare a sé stesso.
Quello che troviamo nelle Sacre Scritture, al completo, dalla Genesi all'Apocalisse, è che “Dio ci ama”. Noi tutti siamo destinatari di questo Amore. Questo Amore ci immerge nella totale e assoluta libertà riempiendoci e trasformandoci col suo messaggio di Amore senza perché e se siamo inviati nel mondo è per aiutare gli altri accompagnandoli verso questo incontro con l’amore. La Quaresima tutta, è racconto e manifestazione del suo Amore che vivifica, intenerisce, unisce e ci mette in cammino gli uni verso gli altri.
L'amore folle di Dio si rivela non solo attraverso la vita e la morte di Gesù Cristo ma anche attraverso la sua Resurrezione: i due aspetti non vanno separati. Nella sequela di Cristo, vivendo radicalmente il Vangelo, accogliamo vita in abbondanza che ci permette di condividere seguendo la logica dell'Amore, una vita capace di generare orizzonti di speranza per la Chiesa e per il mondo.
Il rovesciamento è il cambiamento radicale che trova il suo autentico significato dall’interno, dalla propria interiorità, e che non è provocato da qualcosa di esterno. Infatti essere monaco è questione del cuore, è puro atto di amore. È una risposta, come insegna tutta la spiritualità monastica, all'Amore folle di Dio che si può intravedere ma mai comprendere sufficientemente se non alla luce del mistero della Croce e della Resurrezione. Questa esperienza dell'Amore folle di Dio tocca l'uomo in ciò che ha di più intimo, personale, è pure condiviso da tutta l'umanità, ed è quella speciale capacità che S. Bernardo di Chiaravalle chiama “capax Dei, lo spazio di Dio”: quel desiderio di amare quell'Amore che ama senza perché.
La conversione del monaco è il cambiamento radicale che si esprime in un’avversione per il conformismo. Infatti, il monaco vive l’avversione come un’autentica conversione che non lo allontana dal mondo ma lo tiene lontano da ogni mondanità in modo da aprire l’orecchio del suo cuore per poter amare e servire la Parola vivendo nel mondo. Dall’ascolto della Parola nasce la vita monastica. È la “cultura cristiana” i cui valori e le norme comportamentali differiscono sostanzialmente da quelli della società dominante e spesso diametralmente opposti alle consuetudini culturali prevalenti. Il monachesimo, infatti, è riconosciuto come una controcultura e perciò una sfida diretta ai valori fondamentali della cultura oggi dominante ma che può contribuire ad un autentico rinnovamento per la sapienza prevalente mettendo in contrasto, per esempio, una società che vive troppo fuori di sé e la comunità monastica che invece favorisce “l’arte dell’interiorità”.
Questo nuovo ordine di relazioni di “Dio con gli altri e con tutto il Creato” viene chiamato “Ordo Amoris”, un’autentica rinascita. La Letteratura Monastica sia dell’Oriente che dell’Occidente offre numerosissime esperienze dell’Amore folle di Dio e dello “Stolto in Cristo”. Una lettura superficiale vede i monaci come dei pazzi e i loro monasteri come case di matti, mentre una lettura storica animata dalla Teologia Spirituale chiama queste persone gli “Stolti in Cristo” e la loro follia è “in Cristo e per Cristo”. Questo delinea come il loro comportamento, apparentemente insolito, è risultato della forza della loro fede religiosa e per questo i monaci come gli “Stolti in Cristo” differiscono profondamente dai mentecatti.
Commentiamo un attimo il quadro di uno Stolto in Cristo. Esce dalla folla un uomo seminudo, sudicio, che tende allo zar Ivan il Terribile (1530-1584) un pezzo di carne cruda. Lo Zar riteneva che mangiare un pezzo di carne durante la Quaresima fosse un peccato. Questo “Stolto in Cristo”, alludendo alle atrocità di Ivan, domandò: «Com’è possibile che tu rinneghi la carne di animale mentre stai mangiando tanta carne umana?». Ecco il contrasto tra la cultura di coloro che vivono “in Cristo e per Cristo”, da quelli che vivono soltanto per loro stessi.