Mercoledì delle Ceneri

AD  LUCEM  PER  CRUCEM
«Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cf. Zc 12,10)
In questo tempo di Quaresima, conosciuto come la primavera del monaco, siamo tutti invitati a rivolgere lo sguardo verso chi vogliamo conoscere, amare e servire. 

Adorando la Santa Croce scopriamo i gesti e le parole che sono un invito ad entrare in dialogo “cuore a cuore” con Gesù Cristo, il nostro Salvatore e l’ideale di ogni monaco.
Contemplando la figura mite e umile del Salvatore, scopriamo non soltanto la nostra condizione umana così fragile e debole, così povera e bisognosa, ma ci viene rivelato, in maniera delicata ma ferma, la promessa di una autentica “trasfigurazione” se ci lasciamo conoscere, amare e servire da Lui. (cf. Gv 13,1-17 Lavanda dei piedi).
Come la terra che si sta muovendo e risvegliando, così in questa stagione di preghiera e santo digiuno, noi sentiamo muoversi nel cuore la nostalgia del ritorno. 
In questo tempo di lotta spirituale, impariamo come essere stranieri in questo mondo e pellegrini in cammino verso la vita per stare sempre alla presenza di Dio.
Ecco perché i padri del deserto riconoscono la Quaresima come tempo della migrazione del monaco verso Dio.
Il passaggio dall’inverno alla primavera ci insegna che «La notte è avanzata, il giorno è vicino», - e il tempo forte della Quaresima è un invito a voler - «… gettare via le opere delle tenebre per indossare» - con la grazia di Dio - «le armi della luce» (Rm 13,12). 
Questo tempo dato in dono, come desiderio di Dio, per rivestirci del suo Figlio Gesù Cristo è anche una chiamata ad immergerci nell’amore di Dio che perdona, purifica e ridona vita.
Cristo, amico dei peccatori è alla nostra ricerca, alla ricerca della nostra compagnia.
Come leggiamo nel Vangelo di Marco: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati; io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (Mc 2,17).
La Quaresima ci vuole portare alla consapevolezza di questo tempo come dono di grazia, risvegliando nel nostro cuore quell’insaziabile nostalgia di conoscere, amare e servire il Signore. 
Infatti, è il momento adatto per la conversione dove si sperimenta il lutto per i nostri peccati e la tristezza e il dolore per la nostra frequente lontananza da Dio.
Ma contemplando il mistero della Croce e adorando e conoscendo le vittorie di Cristo sulla morte e sul peccato, con la sua Resurrezione, noi viviamo il ritorno a casa del figlio smarrito del Vangelo di Luca.
Infatti, noi ascoltiamo con “tristezza gioiosa”- secondo l’espressione coniata da Giovanni Climaco nella sua Scala del Paradiso, presa dalla Prima Lettera di Pietro dove l’apostolo dice: «Esultate dunque, anche se per un poco è necessario che soffriate per diverse prove ...» (1Pt 1,6) - il padre che dice del figlio: «… era morto ed è tornato in vita ...» (Lc 15,24).
Qui, vorrei semplicemente sottolineare che questo ritorno alla vita è il senso profondo della parola ebraica “tes(h)uvah”, “ritorno”, per esprimere la conversione.
Un “ritorno” alla vita.
La Quaresima, la primavera del monaco, è un periodo liturgico estremamente ricco e spiritualmente impegnativo e movimentato. 
È il cammino verso la Santa Pasqua nel quale, in questi 40 giorni che la precedono, siamo invitati a penetrare nel mistero della morte e della Resurrezione di Cristo e dunque, nel mistero della nostra morte e della nostra Resurrezione in Lui.
Ricordiamo che «La notte è progredita e il giorno si è avvicinato» - e perciò - «è tempo ormai di svegliarsi dal sonno per indossare le armi della luce» (Rm 13,11-12).
Siamo chiamati a combattere la “buona battaglia”, a lasciare che la grazia, ora, entri in noi per compiere quel lavoro primaverile e cioè la vangatura del nostro cuore affinché la grazia del Signore possa spargere semi di Resurrezione e noi possiamo abbracciare il suo amore che perdona, purifica e fa ritornare in vita.
A proposito del numero 40, nell’Antico Testamento, è sempre il tempo necessario per una preparazione, una purificazione in vista di un momento decisivo, al passaggio dal vecchio al nuovo: 
il diluvio universale è durato 40 giorni, (Gn 7,4.12.17);
il popolo ebraico ha vagato nel deserto per 40 anni (Nm 32,13);
Mosè è rimasto sul monte Sinai 40 giorni per 3 volte (Dn 9, 11.25)
ed (Es 24,18) Elia ha attraversato il deserto per 40 giorni prima di raggiungere l’Oreb.
Dio ha dato ai niniviti, attraverso la predicazione di Giona 40 giorni per pentirsi (Giona 3,4).
Nel Nuovo Testamento abbiamo il digiuno quaresimale di Cristo nel deserto e inoltre il Risorto appare ai discepoli e li istruisce per 40 giorni prima di ascendere al cielo At 1,3).
Rivolgiamoci verso il volto del Signore Gesù e mentre invochiamo la sua assistenza, ricordiamo che ogni nuovo giorno è un appuntamento che Lui ci dà, un appuntamento al quale Lui arriva sempre per primo. 
Perciò, con passo leggero ma deciso affrettiamoci, con discrezione e con quella “gravitas” tutta benedettina, per incontrare il nostro Salvatore Gesù Cristo.
Forse, potremo anche arrivare insieme con Lui o magari precederlo.
Qui, però, ci vuole quella leggerezza che viene data dal digiuno e dalla preghiera; infatti, l’apostolo Pietro, nella sua Prima Lettera, scrive che la moderazione e la sobrietà devono essere praticate in vista della preghiera e perciò anche del digiuno (cf. 1Pt 4,7).
San Benedetto ci insegna che non basta una Quaresima per compiere in noi la “trasfigurazione”. 
La vita del monaco è un processo di trasformazione che coinvolge l’interezza della sua persona, spirito, anima e corpo e per questo c’è bisogno di tutta la vita.
San Benedetto nella sua Regola, al cap. 49, parla proprio di “quaresima della vita”, una vita di preparazione, di comunione e di lotta, in vista della pasqua escatologica nella quale vivremo con Cristo, per sempre, nella Gerusalemme celeste.

Carissimi fratelli e sorelle, andiamo con passo fermo, tenace e stabile. 
Senza tentennare facciamo che il nostro andare sia ritmato e vigilante affinché possiamo procedere senza paura sulla via che porta al buon medico Gesù Cristo.
Durante questo tempo forte non dimentichiamo che Gesù «Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta ...» (Mt 12,20),
ma vuole la nostra povertà, la nostra consapevolezza di essere peccatori e tutti mendicanti della sua grazia e del suo amore che donano la salvezza.
E così, con l’aiuto di questo tempo liturgico lasciamo che la grazia ci porti al cuore del mistero, mettendo in luce le nostre malattie spirituali perché in Cristo non siano più impedimento alla nostra comunione con Lui.

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